Ad Anna Maria Mariani, zia di mia nonna, che quegli anni li ha vissuti davvero.
Lo zaino di un soldato, un sempre.
Era maggio. Un maggio piuttosto freddo, che tuttavia ci aveva regalato qualche giornata di frescura. Avevo trascorso una vita per seguire ciò che mio padre desiderava; l’avvocato dovevo fare, io. Poi una notte ho preso e me ne sono andato di casa. Non servono avvocati se il mondo è in guerra. Serve la pace, non la burocrazia. Mi ero fatto aiutare da Marinika, la domestica di mia madre perché scegliesse la lana più fine e calda e perché poi la potesse intessere con del lino e della seta. Ovviamente, tutta la stoffa doveva essere blu. Un blu scuro, un blu notte. Sarebbe dovuto risultarne un manto scuro e soffice, da avvolgersi nei momenti di malinconia, o quando la distanza e la dimenticanza si portano via i gesti consueti di un figlio, i suoi odori, la melodia della sua voce, il profumo del suo dopobarba. Quando la coperta fu pronta, fui pronto e deciso anche io; andai in camera di mia madre e le stesi la coperta ai piedi del letto, lasciandole due righe abbozzate sul comodino.
Recitavano così: parto, mia madre adorata. Parto per il mondo, per la non-guerra, perché per vivere ho bisogno di sperare che possa ancora esistere se non la pace, almeno un non-guerra, o un altrove, un non-luogo, in cui poter inciampare nella serenità. La felicità è una meta alta che ci proponiamo noi, ma essa stessa è ideata e idealizzata da noi; mentre la serenità, quella no, in quella ci credo. Così come credo negli attimi, quegli attimi magnifici che si eternano poi nella memoria. Parto, mia dolcissima madre. Ti porto in dono un lembo di notte che per te ho strappato dal cielo: potrai avvolgerti quando sentirai la mia mancanza e io so che ad abitare quel telo notturno ci sarà quella luce che alla luce mi ha dato, quella luce che sei tu, quella luce che ogni notte cercherò nel cielo, per vederti e continuare, senza fine, ad amarti. Tuo Frank.
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